Quando il ciclismo era Strade Bianche

Quando il ciclismo era Strade Bianche

Quando il ciclismo era Strade Bianche 

Erano strade bianche. Bianche (ma anche gialle da “spy story”) come quelle del Diavolo Rosso. Giro di Lombardia, il terzo, nel 1907: 210 chilometri, da Milano a Sesto San Giovanni passando per Como e divagando per Varese, sotto la pioggia di un grigio 3 novembre, 100 corridori al via, 37 all’arrivo, primo lui, Giovanni Gerbi detto il Diavolo Rosso, figlio di un oste astigiano. Ma la sua vittoria durò poco, perché i giudici erano stati avvertiti dei trucchi e degli inganni con cui il campione della Maino aveva seminato gli avversari. Il primo: l’accordo con il casellante di Busto Arsizio, ingaggiato – dietro compenso – per abbassare la sbarra del passaggio a livello subito dopo il passaggio di Gerbi. Il secondo: la collaborazione con alcuni corridori extragara, ingaggiati – dietro compenso – per mettersi a ruota Gerbi perché ne sfruttasse la scia. Il terzo: l’intervento di alcuni sostenitori di Gerbi, colpevoli – pur senza compenso – di avere steso fasce chiodate prima del transito dei suoi immediati inseguitori. Morale: Gerbi retrocesso all’ultimo posto. Risultato: vittoria assegnata al francese Gustave Garrigou della Peugeot.

 

Erano strade bianche. Bianche (ma anche rosse di passione) come quelle dell’Eterno Secondo. Anno 1920, corsa in Liguria, percorso a saliscendi: Erminio Cavedini ed Eberardo Pavesi, direttori sportivi della Bianchi, persero di vista lui, Tano Belloni soprannominato l’Eterno Secondo perché per 26…

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