Home Cremona Incidente ferroviario di Pioltello, dopo due anni rimane il dolore

Incidente ferroviario di Pioltello, dopo due anni rimane il dolore

Offanengo (Cremona), 23 gennaio 2020 – «Il treno è fuori dai binari. Ho paura, ho paura”. Alla mamma il privilegio straziante di avere sentito le ultime parole della figlia. E nello stesso tempo il dubbio che in quei ventinove secondi ad Alessandra non siano arrivate le sue: “Nasconditi, scappa via di lì”. Laura Trio è la madre di Alessandra Giuseppina Pirri, impiegata di 39 anni, di Capralba, la più giovane delle tre vittime della sciagura di Pioltello. “Quelle parole – dice oggi Laura – sono state un grande dono e un grande dolore, sentimenti primari che alla fine si equivalgono”.

Signora, sabato andrà alla commemorazione?
“Certo, ci andremo. Con mio marito e l’altra mia figlia andremo a Caravaggio. In auto, non in treno. Lo scorso anno non mi andava proprio di fare in treno tutto il percorso per andare a vedere dove era morta mia figlia. Vengo da Segrate, conosco a memoria le campagne della zona. Sarebbe stato un dolore atroce. L’importante è che nessuno dimentichi. Per il resto andrà come deve andare”.
Cosa si attende dalla legge, dalla giustizia?
“Spesso con la parola ‘giustizia’ ci si riempie a bocca. La giustizia faccia il suo corso. Non provo odio. Da subito non ho provato né odio né rancore. Se mia figlia fosse stata uccisa da un ubriaco al volante, da qualcuno che non aveva rispettato le norme, sarebbe stato diverso. Avrei avuto davanti una persona a cui dire: ‘Disgraziato, guarda cosa hai fatto’. Ma così? Con chi me la dovrei prendere? Con un sistema che ha fatto morire mia figlia per i ventitré, ventiquattro centimetri di un giunto? Un sistema che fa circolare treni ultramoderni e non ha garantito i controlli? Nessuno potrà ridarmi mia figlia. Oppure restituirmi la salute che ho perduto, l’equilibrio, la serenità. Mi porto dietro seri danni psicologici. Continuo a prendere libri e non riesco a leggerne nessuno. Del giornale riesco a guardare solo le prime pagine. La lettura dovrebbe estraniarmi dal mondo e mi rendo conto che non è quello che voglio”.
Avete lasciato la casa di Capralba e vivete a Offanengo.
“Troppi ricordi. Non vedevo l’ora di uscire di là. Ogni piastrella mi ricordava mia figlia. Un angolo. Un odore. Il modo di ascoltare la televisione, la radio. Avevamo quattro cani e ne abbiamo ancora quattro. Tre sono rimasti. L’unico che abbiamo dato via è stata la boxerina che Alessandra portava in giro la sera e anche la mattina prima di andare a prendere il treno. Si alzava alle cinque, colazione, passeggiata con la boxerina, doccia, stazione”.
Come vive, oggi?
“Ho raggiunto una specie di compromesso con me stessa. Sono abbastanza tranquilla. Salvo momenti particolari, sto meglio rispetto a un anno fa. Vedremo come starò il 25. Mi accorgo che trovo la forza perché ci sono gli altri. Per come sono fatta, non vorrei l’aiuto di nessuno. A un certo punto anche lo psicologo mi ha chiesto: ‘Cosa devo fare con lei? Lei fa e disfa’. ‘Mi ascolti’, gli ho risposto. Ho lasciato perdere i farmaci: se devo essere depressa, preferisco esserlo di mio”.
Dove trova tutta questa forza, a cominciare da quella di non odiare?
“Con il tempo ho accettato quello che era successo come una disgrazia. Sono cresciuta e ho continuato a vivere nell’amore. Avevo una famiglia da Mulino bianco. Non ho mai picchiato le mie figlie. Forse uno schiaffo una volta e me ne sono subito pentita amaramente. Sono stata molto amata e non potevo non amare. Avevo puntato tutto sulle mie figlie. L’amore per la famiglia mi è stato inculcato come la base del vivere e io l’ho trasmesso. Devo pensare a quello che mi è rimasto, a chi ho vicino. E andare avanti”.