Home Brescia Abbattuto l’83% dei cinghiali nel Bresciano, ma non basta

Abbattuto l’83% dei cinghiali nel Bresciano, ma non basta

Edolo (Brescia), 26 gennaio 2020 – Più di 1.200 cinghiali abbattuti, l’83% di quelli autorizzati, su un totale di 1.557 censiti in provincia di Brescia. Il bilancio della stagione di abbattimento venatorio dei cinghiali (che si concluderà il 31 gennaio) non raggiunge ancora il livello ottimale che si avrebbe se i capi autorizzati e quelli abbattuti coincidessero. La percentuale è tuttavia piuttosto alta e fa sperare che possa portare a un’effettiva riduzione, visibile già il prossimo anno.

“Quando il prelievo venatorio non raggiunge l’obiettivo, l’anno dopo si vede un aumento esponenziale“, ha spiegato Franco Claretti, dirigente della struttura Agricoltura, foreste, caccia e pesca di Regione Lombardia, intervenuto al convegno “Emergenza cinghiali in Valle Camonica: che fare?”, organizzato dall’Università della Montagna di Edolo su sollecitazione del territorio. In valle, in realtà, i numeri non sembrano da ‘emergenza’, soprattutto se paragonati ad altri territori. “Ci sono aree idonee e altre non idonee alla presenza del cinghiale – ha chiarito Claretti – per quanto riguarda la Val Camonica, quella idonea si ferma a Darfo, mentre tutta l’Alta Valle non è idonea”. Nella zona, per il 2019/2020 sono stati censiti 176 esemplari, di cui 154 autorizzati all’abbattimento con braccate e selezione (115 quelli realmente abbattuti). Nel comprensorio alpino di caccia dell’Alto Garda, invece, ne sono stati censiti 701, di cui 555 abbattuti sui 638 autorizzati.

“La Val Camonica non è in uno stato emergenziale – ha sottolineato Claretti – ma il problema non va sottovalutato”. Anche perché il cinghiale non è specie autoctona. La comparsa massiccia nel Nord Italia risale agli anni ’70, e da allora la crescita è stata costante. La presenza stessa di aree protette, come il Parco dell’Alto Garda o quello dell’Adamello, che non rientrano nella gestione regionale degli abbattimenti venatori, fa da effetto spugna. “Durante la stagione della caccia – spiega Claretti – i cinghiali trovano riparo in queste zone”.

C’è anche la mano dell’uomo dietro il proliferare di questa specie. Significativo, infatti, che la presenza del suide sia coincisa con l’aumento dei cacciatori che si dedicano a questa specie, 21mila nella provincia di Brescia sui 30mila abilitati alla caccia. “Aumenta però anche l’età media, con tutte le difficoltà per il presidio dei territori”, sottolinea Claretti. L’emergenzialità, tuttavia, non ha a che fare solo con la presenza, ma anche con i danni realizzati nei territori. “La questione – ha sottolineato Alessandro Putelli, di Comunità montana Val Camonica – deve essere affrontata con un patto tra cacciatori e agricoltori per debellare la specie”. Nel 2019, i danni provocati in aree a gestione venatoria ammontano a 73mila euro, il doppio rispetto ai 37mila del 2018, nonché valore più alto dal 2013. La metà (35mila euro) è stata concentrata in pianura, mentre in Val Camonica parliamo nel complesso di 9.500 euro (ma nel conteggio mancano 33 richieste arrivate a fine anno).

“Il risarcimento danni che arriva dalla Regione è un nulla – prosegue Putelli – perché i piccoli e i privati possono chiedere solo il mancato reddito, mentre non viene loro riconosciuto il costo del ripristino. L’agricoltura può convivere con il cinghiale? Francamente, penso di no”. Nel 2020 entra in vigore la nuova normativa regionale, che dovrebbe consentire di raggiungere le densità obiettivo. “Il fine – sottolinea Claretti – non è più inteso come la riduzione della consistenza della popolazione, ma come riduzione del danno arrecato, che deve essere riportato entro una certa soglia tollerabile, diversa da zona a zona”.